Tuesday, January 25, 2022

Caro diario (Day 7): Museo Italo Americano in SF

Writing in my journal this week -- in Italian. Join me? In Italian or any language. Eccoci:

Caro diario,

Sono ormai (purtroppo!) abituata a vedere parole e frasi in inglese quando leggo il giornale in italiano ma capita poco spesso che incontro la lingua italiana in America tramite i titoli del giornale o persino i nomi di negozi, ecc. 

Ma a San Francisco c'è un museo dedicato all'arte italiana e italo-americana e si chiama Museo Italo Americano.

Cioè, non si chiama The Museum of Italian American Art o The Italian American Museum.

Invece ha il nome che avrebbe se si trovasse in Italia. Museo Italo Americano.

Non vi sembra forse che sia granché -- solamente il nome di un piccolo museo. Mica che presta padronanza dell'italiano a tutti quanti che ci vanno!

Ma come sai, caro diario, io sono ossessionata dagli anglicismi che si usano ormai ogni giorno nella lingua parlata, nei comunicazioni ufficiali persino dal dipartimento della sanità pubblica, nei giornali, ovunque.

Non ho modo di fare una visita nel prossimo futuro ma quanti ci vorrei andare! 

Poi non è solamente un museo ma invece è un centro di studi italiani perché si offrono corsi d'italiano e gite in Italia. Ci sono anche degli eventi e colloqui vari.

Io non sono d'origine italiana ma mi sembra un ottimo motivo per imparare italiano. Io infatti vorrei imparare un po' della madrelingua del paese d'origine dei miei antenati: Irlandese. Più che altro per leggere una lapide funeraria di un mio parente nel cimiterio che avevo visitato tanti anni fa quando sono andata a trovare i cugini del mio nonno in Irlanda. Scritta totalmente in irlandese! E allora io non ho capito un tubo. Solamente il nome del mio parente.

Quindi non so -- se fossi italo-americana e avessi in programma di andare a San Francisco, farei un salto al museo. Prima o poi mi unisco ad un evento in rete tipo 'Cena e telechat,' pur essendo nel Connecticut. Un modo per darvi apoggio.

Maggior informazioni qui:

https://museoitaloamericano.org

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Monday, January 24, 2022

Caro diario (Day 6): ho dimenticato!

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Caro diario,

Dovevo inserire un argomento o un post o qualcosa qui ieri, data la promessa che avevo fatto, ma ho dimenticato. Invece ho riscritto un saggio che parla del Giorno della Memoria. E ho pulito la casa. E abbiamo portato il cane a spasso. E alcune altre cose. Sai, la domenica. Tante faccende domestiche -- certo che di solito vanno trascurate mentre scrivo, scrivo, scrivo, però, ieri no. 

Ma ormai mi sento immersa di nuovo nello splendore della lingua italiana. Il corso è cominiciato e gli studenti ci hanno messo l'impegno, almeno durante la prima lezione.

Perlopiù, sto leggendo LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti e quella lettura mi immerge nel mondo della montagna oltre al riempirmi la mente con parole (e domande!) in italiano.

Aggiungo un'altra cosa: mi sento immersa nell'attività di programmare le lezioni. Cioe, i miei pensieri rincorrono di continuo alla materia e i metodi che ci vogliono per imsegnare la materia (questa settimana roba elementare: buongiorno, buonasera, mi chiamo Jeanne, di dove sei, ti piace il cinema? Roba del genere). E per me, significa che mi sto impegnando, che sono all'altezza dell'incarico.

L'incarico, intendiamoci: far immergere gli studenti. Far coinvolgere nell'apprendimento dell'italiano. E innanzittutto far capire che l'apprendimento dell'italiano (oppure altre lingue) ti dà un'altra identità, ti permette di entrare in un altro mondo.

Elena Ferrante ha scritto nel suo romanzo La Figlia Oscura, “Le lingue per me hanno un veleno segreto.” 

Io non direi 'veleno,' però fanno nascere una sostanza che può incantare. Ecco, voglio che gli studenti siano incantati dalla lingua italiana -- letteramente incantati. 

Ti saluto ora e prometto che ci troviamo qui domani

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Saturday, January 22, 2022

Caro diario (Day 5): Archivio dei diari

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Caro diario,

Scrivo di nuovo di un diario ovvero l'Archivio dei diari, il quale quando l'ho scoperto mi sentivo quasi scoppiare di gioia! Si trova in un piccolo paese nella Toscana dove c'è un museo -- un museo vorrei vedere in tutti modi.

Fu fondato nel 1984 a Pieve Santo Stefano vicino il confine tra Toscana, Umbria e Romagna, ed ora il paese è soprannominata "Città del diario."

(Di nuovo, a segnalarmi l'esistenza dell'Archivio era un numero di Airone! Mi ha fatto riscroprire il libro Anna e mi ha segnalato questo posto dove tutte le mie passioni combaciono: scrivere + diario + la lingua italiana)

L'Archivio punta sulla necessità di custodire la memoria -- sia personale che nazionale -- e ha come obiettivo "fare la nostra piccola parte per la causa della memoria." Sottolinea che questo posto esiste per "sostenere il peso della responsabilità della memoria."

La responsabilità della memoria.

E' un concetto molto importante, soprattutto per un paese come Italia dove sostenere la memoria nazionale significa che non si può trascurare periodi molto dolorosi come la Seconda Guerra Mondiale.

Non mi dovrebbe sorprendere che condivido tante idee con i responsabili del archivio, visto che innanzitutto proviamo un amore per il diario come strumento non solamente per coltivare la memoria ma anche per individuare piccole gioie quotidiane.

Il mio modo di vivere? Individuare, coltivare, custodire, celebrare piccole gioie quotidiane.

Ho tanta voglia di fare un salto a Pieve Santo Stefano, anche se fino a leggere il brano sull'Airone, non ho mai sentito dire. Ma pure solamente con un salto al sito web, ho potuto leggere estratti di diari e sono rimasta incantata dai diari che risalgono all'epoca della guerra. Per esempio:

http://archiviodiari.org/index.php/diari-online/990-10-giugno-1940-entrata-in-guerra-dell-italia.html

Il credo dell'Archivio è questo:

“Nessuna storia è piccola.

Io ci sto. Parlando ai lettori eventuali di questo blog, spero ovunque tu sia, stai facendo la tua piccola parte per coltivare la memoria, soprattutto la memoria di famiglia e della propria vita. Se non ci ricordiamo noi, chi si ricorderà? E per salvaguardare la memoria, bisogna scrivere o perlomeno registrare i pensieri.


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Friday, January 21, 2022

Caro diario (Day 4): Cesare Pavese e il mestiere di 'poetare'

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Caro diario,

Oggi ti scrivo del diario di uno scrittore molto famoso e importante, Cesare Pavese. Immagina: il suo diario fu pubblicato! Sotto il titolo Il Mestiere Di Vivere. (Si, sono invidiosa, visto che scrivo anch'io un diario a cui tengo) È un libro molto interessante che lascio sul comodino cosi posso sfogliarlo quando mi viene voglia, e essendo un diario invece di un'opera di narrativa, va letto non come un libro, direi, ma invece come una rivista.

Pavese, come personaggio letterario, fu una persona fulminante e la sua vita fini in modo molto tragico: si ammazzò. Quando studiavo l'italiano all'università, ho letto La luna e i falò e mi piace molto.

Ma sul diario scrisse di tante cose, e questo brano qui sotto mi ha colpito per suo uso della parola 'poetare' (non avrei detto che fosse una parola, a dir la verità!):

“(29 dic.) Dei due, poetare e studiare, trovo maggiore e più costante conforto nel secondo. Non dimentico però che mi piace studiare in vista sempre del poetare. Ma in fondo il poetare e’ una ferita sempre aperta, donde si sfoga la buona salute del corpo.”

Che bello: poetare. Possibile che fu una parola usata nel 1935 o 1940 ma ora non si usa? Detto cosi, poetare mi sembra un bel impiego, un lavoro che vorrei fare. E ogni tanto, c'è da dire, scrivo una poesia. Ma la poesia è difficile! A volte mi vengono pensieri poetici, che non seguono la logica o struttura della narrativa. Ma poi appena scritta qualcosa non so che farne. 

Comunque ti saluto qui, con un desiderio forte di poetare.

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Thursday, January 20, 2022

Caro diario (Day 3): lo 'spartiacque' di Auschwitz

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Caro diario,

L'anno scorso quando sono andata a New York per fare ricerca sulle scrittrici italiane che sono sopravvissuti ad Auschwitz o altri campi d'annientamento e hanno raccontato le loro esperienze, ho scoperto tanti libri fantastici.

Sono andata con lo scopo di tradurre dei racconti della scrittrice Edith Bruck ma anche trovare altri libri da scrittrici come lei, testimoni dello Shoah. C'ero perché avevo vinto una borsa dalla biblioteca pubblica a New York (New York Public Library -- NYPL).

Ho sfogliato un sacco di libri, compreso questo libro:

Dopo il fumo: Sono il n. A 5384 di Auschwitz Birkenau

L'ha scritto Liana Millu, autrice pure del libro Il fumo di Birkenau. E sfogliando il libro, ho trovato un brano che mi ha colpito -- il modo in cui lei percepisce la propria vita:

“Venne il funesto 1938 con le leggi razziali; poi la guerra, e con la guerra, uno spartiacque che da solo determina un “prima” e un “poi”: venne Auschwitz.”

Uno spartiacque che da solo determina un “prima” e un “poi”: venne Auschwitz. Una frase da mozzafiato. Significa che mentre gli altri forse usano le date di matrimonio o la nascita di un bambino per determinare i periodi importanti della propria vita, Millu fu costretta a ricordare Auschwitz come  il punto di referimento maggiore sulla mappa dei suoi giorni.

Per modo di dire: non c'è un'uscita. Un club per la vita.

Mi sentivo a volte sopraffatta da quello che scoprivo durante il periodo di ricerca perché si tratta di un male talmente vasto e potente che mi fa paura anche a distanza di anni. Leggo la frase 'venne Auschwitz' e mi fa rabbrividire.

Sopraffatta anche perché ho da imparare tante cose e mi chiedo, come posso essere utile? Basta tradurre, basta studiare le opere di queste donne? Aiuta? Chissà.

C'era una volta che pensavo di aver imparato abbastanza della Seconda Guerra Mondiale. Ora so che non mi riesce mai ad imparare abbastanza -- fino all'ultimo, dovrei impegnarmi ad imparare e leggere di più.

Perché non posso mai capire fino in fondo la sensazione di quello spartiacque che divide la vita dei sopravvissuti in due.

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Wednesday, January 19, 2022

Caro diario (2nd installment): 'Anna' di Ammaniti

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Caro diario,
Non mi serve spesso trovare consigli per libri sull'Airone. Più che altro perché ho già un elenco di libri che voglio leggere ed anche perché lo scopo di Airone è un altro (lo so -- ho l'abbonamento).

Ma qualche mese fa mentre sfogliavo un numero della rivista, ho trovato un consiglio davvero utile -- perché il libro in evidenza era un libro che già possedevo. Il libro era Anna di Niccolo Ammaniti.

Anni sono ormai passati da quando ho comprato Anna. Tanti anni fa, leggevo i libri di Ammaniti spesso -- infatti credo di essermi dedicata a leggere tutti i suoi libri. Quindi ho letto Non ho paura, Fango, Ti prendo e ti porto via, Io e te, Come Dio comanda ed anche qualche altro (compresa una raccolta di racconti, se ricordo bene).

Poi dopo aver letto Come Dio comanda, ho deciso che con i suoi libri, si trattava di letture deprimenti e rattristanti ed ho smesso. (Sono anche letture difficili per me, densi di vocaboli sconosciuti).

Non so nemmeno dove o quando l'ho comprato -- forse quando sono andata al Salone del Libro a Torino.

Spesso quando viaggio in Italia o mi capita una libreria con vari libri in italiano (come Rizzoli a New York), spendo una cifra per i libri, visto che non è facile comprare libri italiani in America se non vuoi pagare un sacco di soldi per la spedizione.
 
Ma comunque sono contenta di leggere un romanzo che mi pare il libro perfetto per questo momento. Il libro parla di una pandemia e noi la stiamo vivendo, anche se finora in modo meno pericoloso.

Come personaggio, la protagonista Anna è impressionante -- forte, tosta, infatti. E la trama ti coinvolge, fin troppo. Ad un certo punto, un personaggio importante si trova in pericolo ed ho dovuto abandonare il libro brevemente perché sono rimasta male! Solamente con grande sforzo, ripresi a leggere. 

Bisogna dire che Ammaniti coglie la tragedia dei nostri tempi: l'amore che proviamo per gli altri è tutto. E quindi quando quell'amore svanisce, restiamo colpiti, come se avessimo subito un colpo davvero. Il momento a cui ho accennato quassu' mi sono sentita cosi -- avendo subito un colpo vero e proprio anche se stavo a letto solamente leggendo.

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Tuesday, January 18, 2022

Caro diario (Writing in Italian every day for a week)

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Caro diario,

Il corso d'italiano che insegno questo semestre comincia giovedi.

Sono 3 anni che non insegno italiano. Tre anni sono tanti! Non è che siano 3 anni senza parlare italiano o scrivere in italiano -- sarebbe difficile immaginare una situazione del genere. Ma insegnare è tutta un'altra cosa. Dal mio punto di vista, è come giornalismo. Quando scrivo un articolo, devo capire cosi bene la questione/la materia che sto seguendo che posso poi spiegarla ad altri.

Quindi sono un po' nervosa. Mi innervosisco soprattutto quando penso che fra poco devo insegnare italiano di nuovo ma questa volta in masherina! Finora quando ho insegnato durante la pandemia si trattava di didattica a distanza. Imparare l'italiano è gia' difficile, io direi.

Pero' c'è da dire che i momenti in cui preparo le lezioni mi riempiono con una specie di gioia. Mi rincuoriscono. Perché mi lega di nuovo alla mia passione per la lingua di Dante.

E poi c'è da considerare un mio progetto. È un progetto in cui cerco di aumentare il numero di persone che parlono itaiano. (Ho altri progetti, compresa una spinta di convincere la gente a scrivere un diario -- come questo diario). Esistono gia' tante persone che parlono inglese. E tante persone che vogliono imparare inglese, che stanno studiando inglese. Ma in USA chi studia italiano studia una lingua minore, ben o male.

Ho fatto ora una ricerca sui blog degli insegnanti e ho trovato uno davvero bello che è il blog di una scuola d'italiano a Firenze (L'Accademia del Giglio): adgblog.it

Mi sa che mi potrebbe essere utile, visto che ci sono un sacco di esercizi e consigli.

Comunque penso di fare una proposta ai miei studenti: scrivere un diario in italiano (forse gli faccio guardare qualche scena del film di Nanno Moretti "Caro Diario."). Ci staranno? Ora vediamo. Scrivere fa sempre bene ma quando uno scrive in una lingua straniera, si tratta di un'impresa abbastanza impegnativa. Non siamo tutti in grado di farlo. Io difatti scrivo poco in italiano, ma faccio anche la scrittrice quindi credo sia normale preferire scrivere nella propria lingua quando una ha un rapporto intimo e intenso con essa fin dall'infanzia! Forse invece di dire che non siamo in grado, sarebbe meglio dire che non ci viene naturalmente.

Ora, caro diario, ti saluto! Alla prossima. 

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Wednesday, January 12, 2022

Translating the Untranslatable at the New York Public Library

The summary of my research project at the NYPL is up on the library's site and it's called "Translating the Unimaginable: Holocaust Imagery in the Works of Italian Women Writers."

And the studies I undertook as part of my short-term fellowship also comprise contemplating the unimaginable, the unbelievable, the almost untranslatable. Which is to say the Holocaust, the Shoah, the systemic slaughter of a particular group.

Imagine this: One of the books I requested to study is basically a directory of all the Jews deported from Italy during the war. It's called Il libro della memoria: Gli ebrei deportati dall'Italia (The Memory Book: Jews Deported from Italy).

It's an incredibly important tool for researchers, and represents enormous work on the behalf of the author, Liliana Picciotto.

But can you imagine? It's basically a phone directory of people carted off for slaughter -- a directory whose entries tell you whether the person was in fact slaughtered and where.

I also learned a lot about the particular plight of women in the camps -- a topic that hasn't at all been exhausted. They were torn away from children at a time when women were the primary caregivers. They weren't always slated for work detail so instead they were slated for death. If they were allowed to live, they were shorn of every physical detail that defined them as women -- at a time when women's appearance could define them. Some even gave birth in the camps.

I am sure I am like every other person who stumbles into Holocaust studies -- I feel like I must delve deeper, I must report on what I have learned, and I must continue to study the topic -- because I will never know enough. And we may never fully understand the genesis of this particular evil but we must try.

You can read the piece at the New York Public Library's website here:

https://www.nypl.org/blog/2021/12/30/translating-unimaginable-holocaust-imagery-works-italian-women-writers

I highly recommend the short fellowships, particularly as an independent scholar. They will give you a small stipend to study for two to four weeks in one of the world's most dazzling libraries, fetching every book you could possibly want and bringing it to a private study room.

This year's deadline is Jan. 31, 2022. The application can be found here.

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Thursday, January 06, 2022

Surviving without Dad: Month One

It was a month yesterday since my father left us. We've survived a month. Maybe you can even say we got "lucky": Christmas and Covid (a.k.a., Covid Christmas #2) distracted us from facing the fact that my father can no longer be reached physically -- my only option is to think about him, to ruminate over his life. I cannot touch him or talk to him the way I once did.

I am writing today largely because of my fellow grievers who have so kindly come forward to offer comfort, some of them suggesting the posts I've written here about my father have resonated with them.

I am writing perhaps especially for those of us experiencing ambiguous grief, to steal Pauline Boss's term (please see Krista Tippett's interview with her from the NPR show, "On Being").

In our case, 'ambiguous' because while my father died a month ago, he ceased to be the person we'd always known at least a year ago -- so I haven't been grieving for simply a month. I've been grieving a kind of nebulous loss for a year -- he was still alive but since words trickled out of him during his final year on Earth and he did almost nothing but rest, the best part of him was dead to me, unreachable (note, I speak only for myself).

Yet I was still absolutely walloped by his passing! Wracked with sobs so deep, they seem to rise up from the Earth's core. Even yesterday!

It's hard to characterize how I'm doing; I am fine in many ways and beleaguered in other ways. Nothing original here. Like I said in my essay for Brevity last year, I am just one more person discovering the non-secret that our parents will die but I still have to say my piece.

Christmas went well (well-ish?), and I was fairly content, perhaps because we entertained my mother, which provided a perfect distraction ("Leo, don't let the dog lick Grandma's face.") Plus, I could surreptitiously write a bit in between chores and snacks. I even ran on the treadmill!

But still, I’m in a club I don’t want to be in. The club for fatherless people.

I've allowed myself moments of drowning in sorrow, especially on car rides. Actually the car has been my getaway to grief for more than a year. Books have triggered tears, too: especially The Invisible String by Patrice Karst, which before the homily at my father's funeral mass was entirely unknown to me. My cousin sent it to Leo afterwards, and another friend sent a copy, too, but I think it was more cathartic for me than Leo. Spoiler alert: if you're feeling wobbly, beware the page where the boy asks about "Uncle Brian in heaven." I can't make it through it without dissolving into tears. And my God, how true: we are connected to everyone we love, no matter where they are.

A part of me didn’t want to leave 2021 behind for one simple reason: I had an almost indescribable sensation of Daddy belonging now to 2021, since that’s the year he died. 

He won’t be moving into 2022 with the rest of us. 

Thursday, December 30, 2021

What I read in 2021 & what I'll read in 2022

When I think about what I am going to read for the year or what I have read, I focus mainly on whole novels, memoirs or books of essays that I have completed, ignoring the little scraps of reading I do, often in the form of reading a poem here or there.

But you can find a whole world in a single poem. And most of us are probably voracious readers who move from a book to a magazine to the cereal box to an article online (about, say, literary controversies).

So it seems fitting to note that after reading a New Yorker article  about Paul Celan and wartime poetry that mentioned Wilfred Owen, I grabbed down from the shelf the old anthology of poetry I spirited away from my father to look up Wilfred Owen's "Dulce Et Decorum Est." Then I left the book open to that page for a few weeks. I suppose to commune, for a while, with this idea:

Gas! GAS! Quick, boys!—An ecstasy of fumbling
Fitting the clumsy helmets just in time,
But someone still was yelling out and stumbling
And flound’ring like a man in fire or lime.—
Dim through the misty panes and thick green light,
As under a green sea, I saw him drowning.

That's reading, right? The one-off poem. A single verse could save your life, so maybe I can log it here. I'd read the poem 1,000 years ago at school and it's as stunning as ever.

This past year was a particularly fertile year for reading. I read voraciously -- maybe extra voraciously! In my diary, I find notes about days in which I read bits from five or six or even seven different books. I guess that doesn't speak well of my ability to concentrate but I wanted to wallow in reading at times, I wanted to bathe in books. You, too?

I also read vastly contrasting books -- so one day in March, while I was reading Le Carre's Legacy of Spies I was also listening to the audiobook of Blue Highways (for that course on travel literature that got canceled), before dipping into Il Pane Perduto (an Italian memoir), La Stanza del Vescovo (I re-read it after the ALTA judging; it was a finalist in our contest) and a compilation of "Mafalda" comics (in Spanish -- some of the panels escape me because I don't have a big vocabulary (!) but when I understand what the little Spanish-speaking cherub is saying, it is deeply satisfying!)

Some of my reading resulted in reviews that I published here and there. For example, I reviewed the Italian memoir Distant Fathers written by Marina Jarre and translated by Ann Goldstein (a.k.a. Elena Ferrante's translator).

Indeed, there were lots of memoirs in the early part of the year! Including a book by New York Times editorial board member Brent Staples: Parallel Time. I teach an essay by Staples called "Black Men and Public Space" and have long wanted to read his memoir, which did not disappoint.

I also finally "discovered" Rebecca Solnit. In Wanderlust, she writes, “Walking ideally is a state in which the mind, the body and the world are aligned as though they were three characters finally in conversation together, three notes suddenly making a chord.” And, “Exploring the world is one of the best ways of exploring the mind, and walking travels both terrains.” The Gospel according to Rebecca!

And then around the time I went to the New York Public Library for the translation and research fellowship, I switched back to heavy Italian reading.

In all, I read 40 of books from start to finish, and 15 I perused without finishing. That's not great; my Uncle Larry reads something like 80 books a year.

Some of the books I actually read:

A Stranger's Pose, by Emanuel Iduma (travelogue)
Blue Highways by William Least Heat-Moon (travelogue)

Home Before Dark, Susan Cheever (memoir)
Parallel Time, Brent Staples (memoir)
The Invention of Solitude, Paul Auster (memoir)
Bird by Bird, Anne Lamott (memoir/writing guide)
Distant Fathers, Marina Jarre (memoir)

Walker in the City, Alfred Kazin (essays)
Wanderlust, Rebecca Solnit (essays)

Bourdain: The Official Oral Biography of Anthony Bourdain
JFK: Coming of Age in the American Century by Frederik Logevall (biography)

Northern Spy, Flynn Berry (novel)
Voices within the Ark: Modern Jewish Poetry (anthology)
Night Sky With Exit Wounds, Ocean Vuong (poetry)

Some books in Italian (outside of NYPL fellowship)

Anna by Niccolo' Ammaniti (novel -- er -- romanzo!)
Non ti muovere by Margaret Mazzantini (novel)
Tre volte all'alba by Alessandro Baricco (novel)
Il Pane Perduto by Edith Bruck (memoir)

Notable non-book reading

*Cards and letters from the New Yorker cartoonist Jack Ziegler to my uncle (they were friends)
*The photo albums my mother painstakingly compiled when we were children

What I read at the New York Public Library for my fellowship (at least in part):

*Smoke Over Birkenau by Liana Millu (translated by Lynne Sharon Schwartz, my old Bennington prof!)

*Voci della Shoah: Testimonianze per non dimenticare

*Giorgio Agamben’s Quel che resta di Auschwitz (In English: The Remnants of Auschwitz)

*Auschwitz by Frediano Sessi